Piero Dorfles e il piacere della lettura
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Intervista al giornalista e critico letterario (nella foto insieme a Neri Marcorè), noto al grande pubblico per la partecipazione al programma ‘Per un pugno di libri’.
Piero Dorfles, triestino, è stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai e ha curato fino al 2007 la rubrica radiofonica ‘Il baco del Millennnio’ per RadioUno. Ha scritto diversi libri dedicati al mondo della comunicazione radiotelevisiva: ‘Atlante della radio e della televisione’ (Nuova Eri, 1988), ‘Guardando all’Italia’ (Nuova Eri, 1991), ‘Carosello’ (Il Mulino, 1998).
Che idea si è fatto degli studenti in tanti anni di esperienza alla trasmissione ‘Per un pugno di libri’?
‘Ho notato che ci sono pochi ragazzi, di solito non più di cinque o sei per gruppo, che hanno un vero e proprio interesse per la lettura, raramente tutta la classe. Per certi versi questo rispecchia le statistiche del nostro Paese. I ragazzi veramente appassionati alla lettura sono una minoranza. Ho constatato con piacere che dopo l’esperienza della trasmissione gli studenti acquisiscono un minimo di disinvoltura in più nel rapporto con i libri. La partecipazione al programma rende il gruppo dei concorrenti più unito e questo favorisce una certa solidarietà tra compagni di classe. Ma di cose se ne notano tante… ad esempio dalle letture con le quali si presentano (da quest’anno i ragazzi portano un certo numero di opere scelte da loro, che dovrebbero rappresentare gli interessi e le curiosità della classe) capiamo che tendono ad affrontare libri proposti dai professori e letti a scuola, quindi le loro letture coincidono quasi sempre con quelle ‘tradizionali’ scolastiche, anche se poi in realtà molti preferiscono libri contemporanei sugli adolescenti e il loro mondo”.
Quali libri farebbe leggere a scuola?
“Bisognerebbe che i ragazzi si accostassero ai testi nel modo più libero possibile, perché devono acquisire il piacere della lettura. I professori, oltre a proporre dei libri in base ai loro programmi, dovrebbero suggerire altri titoli in modo che gli alunni abbiamo un'ampia scelta e possano leggere in base ai loro interessi. Eviterei ogni forma di tecnicismo, non propinerei agli studenti schede critiche, analisi del testo e così via. Le dimensioni dell’area semantica del testo trasformano la lettura in qualcosa di noioso e pesante. Il lettore non è colui che sa leggere, ma colui che riesce ad appassionarsi al testo e a viverlo con entusiasmo. La lettura dovrebbe stare a metà tra l’abilità e il coinvolgimento emotivo, senza il quale il romanzo non diventa una passione, ma soltanto un dovere”.
Quali sono gli ultimi libri che ha letto e le sono piaciuti?
“Leggo troppi libri per poter rispondere a questa domanda! Ma ad essere sincero, è difficile che i romanzi contemporanei mi appassionino”.
Quali sono i suoi libri preferiti di sempre?
“Sono davvero tanti i libri che mi piacciono e non vorrei elencarli tutti, annoierei i lettori…Però visto che me lo chiedono sempre, rispondo ‘Pinocchio’ di Carlo Collodi”.
Amava la scuola? Quali erano le sue materie preferite?
“Mi piaceva perché era un posto dove stavo bene, non ho mai amato lo studio nel modo in cui mi veniva propinato: l’ho sempre trovato troppo meccanico e contenutistico…. ma io frequentavo la scuola nel Giurassico! Allora si pretendeva che i ragazzi maturassero per conto loro, non c’erano indicazioni che favorissero l’orientamento. Si pensava che i ragazzi, arrivati al liceo, fossero già adulti. Sono convinto che la fase più formativa per i ragazzi avvenga durante la scuola Media, quando si comincia a crescere e ad avere delle curiosità. La capacità dell’insegnante deve consistere nell’indirizzare queste curiosità, fornire gli strumenti per capire e approfondire, permettendo al tempo stesso di esprimersi liberamente. In questo modo ci sono tutti i presupposti per un percorso scolastico proficuo e sereno”.
E’ importante la lettura, per un giovane come per adulto?
“Sì, perché è una delle costruzioni più originali create dall’uomo. Mi spiego meglio: la lettura è la capacità di cogliere a grandissima velocità dei segni astratti corrispondenti a delle parole, che a loro volta sono parti del linguaggio, ossia l’invenzione dell’uomo per segnalare quello che esiste. L’uomo primitivo puntava il dito per identificare qualcosa, noi usiamo le parole e le scriviamo, corredandole di tutta una serie di argomentazioni. Questo esercizio, che apparentemente facciamo senza sforzo, dopo che siamo stati acculturati e abbiamo imparato a leggere, è in realtà la cosa più innaturale che esista, perché non c’è niente di naturale nella scrittura e nella lettura. Non è straordinario? Nel momento in cui, abbandonata la dimensione puramente figurativa, si arriva a formulare un concetto astratto, ci si stacca dalla materialità. Siamo capaci di formulare dei pensieri che non sono relativi solo alle cose pratiche, ed entriamo così in una dimensione più spirituale”.
VALERIA GUIDOTTI











