Io no spik Inglish
| Iniziative - Focus |

Uno dei problemi più comuni con cui gli insegnanti di lingue straniere si trovano a fare i conti è, senza dubbio, la difficoltà degli alunni a comunicare nella seconda lingua.
Chiunque abbia esperienza in questo campo avrà sicuramente sperimentato l’esasperante senso di frustrazione di fronte al balbettio dell’alunno perso nella disperata ricerca di dare forma comunicativa ad un seppur semplice pensiero. Di fronte a questo ostacolo le reazioni sono contrastanti. Si va dal disappunto al senso di colpa (Avrò fatto abbastanza? Avrei dovuto lavorare in modo diverso? Non sono abbastanza brava) toccando anche punte di vera e propria rabbia di fronte ai casi di silenzio più ostinato.
Individuare le ragioni di questo gap nell’apprendimento non è facile, e richiederebbe forse prima di ogni altra cosa, una maggiore condivisione delle esperienze con gli altri insegnanti che operano nello stesso campo, per sperimentare insieme nuove strade in una professione che, al di là delle rituali occasioni di incontro, si svolge con un alto tasso di autonomia e senza grandi possibilità di confronto.
Sarebbe scontato tirare in ballo il fattore motivazione: lo sappiamo bene, l’apprendimento è tanto più proficuo quanto più lo riconosciamo utile o piacevole. Ma rassegniamoci. Per la maggior parte dei nostri alunni concetti come lavoro, futuro, viaggi hanno contorni fumosi e incerti, in una età in cui per definizione si vive beatamente immersi nel presente e in totale comunione con Facebook .
Dando dunque per scontato che l’insegnamento delle lingue vada somministrato al di là dei desideri degli alunni (e mai verbo è stato più appropriato) credo ci sia nella didattica delle lingue straniere una persistente tendenza a privilegiare l’insegnamento della grammatica a discapito del lessico che non giova allo sviluppo delle competenze comunicative. Se è vero che la grammatica rappresenta il collante all’interno di un discorso, tuttavia le parole sono i mattoni senza i quali nessuna costruzione, e dunque nessuna comunicazione sarebbe possibile.
Inoltre quanto più un suono viaggia agganciato ad una immagine, tanto più velocemente verrà immagazzinato nella nostra personale word bank in modo permanente. È indubbio che i nuovi canali comunicativi stanno influenzando sempre più le modalità di apprendimento a favore di un approccio prevalentemente visivo. Gli studenti si nutrono di immagini ed è dunque ragionevole progettare una didattica che si distacchi dal vecchio libro di testo e che passi sempre più attraverso le nuove tecnologie, prima tra tutte la lavagna luminosa, ancora un sogno proibito per tanti insegnanti della scuola italiana.
Tuttavia se è vero che nessuna strategia è superflua per lo sviluppo della fluency, l’esperienza di una vacanza studio all’estero è sicuramente la più efficace oltre che la più gradita, sia che si opti per una permanenza presso una famiglia sia per il più rassicurante soggiorno in un college.
Le ragioni a sostegno di questa scelta sono molte: c’e una concorrenza di elementi positivi che accelerano l’apprendimento quali la motivazione, l’alto numero di stimoli visivi e uditivi, l’opportunità di una immersione quasi totale nella lingua che superi confini della classe e, last but not least, la possibilità di relazionarsi con coetanei di altri paesi per coglierne i punti di contatto e le eventuali diversità e che possano proseguire attraverso i social network una volta conclusa l’esperienza. La condizione essenziale è pero l’inserimento in classi il più possibile multilingue nelle quali sia ridotto se non azzerato il contatto con studenti del proprio paese.
ADRIANA LA ROCCA











