Il cammino dell'integrazione
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Un Paese non può dirsi civile solamente perché è in grado di offrire benessere e ricchezza, ma è tale quando riconosce la dignità di tutti i suoi cittadini.
Anche di coloro che vivono ai margini di un’esistenza che richiede continuamente aiuto e sostegno, o di coloro che mostrano difficoltà sul piano fisico, mentale o sensoriale. Un Paese può dirsi civile, quindi, quando riconosce i diritti dei più indifesi e cerca di offrire sostegno, protezione e opportunità idonee alla soddisfazione dei loro bisogni.
Questo discorso è tutt’altro che ovvio, o superfluo. In un Paese come l’Italia che da oltre trent’anni ha iniziato un’esaltante esperienza di integrazione, non sempre e non ovunque è pienamente vissuta e realizzata. Se guardiamo con occhi attenti a questi lunghi anni, constatiamo che il cammino effettuato, verso una nuova integrazione, non è stato vano poiché ha contribuito sostanzialmente a modificare l’intera scuola italiana in tutti i suoi aspetti pedagogici e didattici. La presenza nelle classi dell’allievo con disabilità, infatti, ha provocato, negli insegnanti la ricerca di un nuovo modello educativo didattico, capace di soddisfare i bisogni di tutti gli alunni presenti in aula.
La scuola ha imparato, infatti, ad accettare ed accogliere l’allievo con deficit, a dialogare con medici, psichiatri e specialisti della riabilitazione, provando a mettere in atto un processo di costruzione unitaria di percorsi educativi e riabilitativi e di comunicazione multidisciplinare.
Favorire l’integrazione ha spinto gli insegnanti a promuovere un cambiamento nel modello didattico tradizionale, ha aumentato il benessere degli allievi poiché l’interesse verso la persona ‘allievo’ è diventato, sempre più, l’aspetto principale del lavoro degli insegnanti. Puntare all’integrazione, ha permesso l’abbattimento di un altro muro del nostro modello scolastico, quello della ‘incomunicabilità’ fra docenti. Gli insegnanti non possono programmare individualmente poiché si opera in modo competente e significativo solamente programmando in gruppo ed operando in modo condiviso tra colleghi, con gli allievi, non solo all’interno di una classe, ma più globalmente anche a livello di un plesso scolastico.
All’interno dell’I.C. ‘Enzo Biagi’ di Roma è stato elaborato un Protocollo di valutazione con una sezione dedicata esclusivamente all’integrazione degli alunni con disabilità. L’intenzione è quella di uniformare
Le ricerche dimostrano che l’integrazione, come esperienza formativa ed educativa scolastica, apporta degli enormi benefici non solamente al disabile lieve, non soltanto al disabile sensoriale o fisico, ma anche a quello mentale grave. La vita di classe integrata, inoltre, è certamente di enorme importanza anche per i cosiddetti ‘allievi normodotati’, che spesso aiutando chi ha più difficoltà di loro, possono imparare e sviluppare una sensibilità verso ‘l’altro’. Forse continuando così, la scuola, gli insegnanti, riusciranno a trasmettere ai propri alunni, che aiutare chi ne ha più bisogno ci arricchisce, ci rende più forti e sviluppa in noi alcuni aspetti della personalità del nostro carattere, che sui libri non si possono studiare.
FLAVIA FORMATO











